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marta mainieri
Titoslavija
Nostalgia, si legge in grande sulla home page della Repubblica virtuale
di Titoslavija. Fondata il 25 maggio scorso, giorno del compleanno di
Tito, il Maresciallo che ha guidato la Jugoslavia dal 1945 al 1980, la
Repubblica ha una bandiera, una costituzione, uno stemma, un francobollo
e persino un inno nazionale, “Druze Tito mi ti se kunemo” (scaricabile
in mp3), ma nessun territorio: “perché” dice il suo fondatore Yezdimir
Milosevic (da non confondere con il dittatore serbo Slobodan), “Titoslavija
è laddove si trovano i suoi cittadini e vive nel loro cuore”. Per
prendere la cittadinanza basta cliccare sull’icona che raffigura il
Maresciallo e per avere il passaporto sono sufficienti dieci euro. I più
accesi sostenitori possono anche acquistare la bandiera (naturalmente
rossa e con lo stemma della Repubblica nel centro), e due diverse
magliette.
Non è l’idea di un folle né di un estremista, Yezdimir Milosevic è un
46nne serbo antinazionalista, che lavora per la ONG, “azione di pace
degli umanisti”. E’ piuttosto Tito-nostalgia o Jugo-nostalgia, una
parola che si sta diffondendo con sempre più forza tra gli abitanti
della ex Repubblica Federale: “un rimpianto per un tempo in cui tutti
avevano un lavoro, potevano viaggiare e si viveva in pace”, lo definisce
Milosevic. Un sentimento trasversale a tutti i paesi che formavano la ex
Jugoslavia e che trova le sue manifestazioni più eclatanti nelle sempre
più numerose feste e celebrazioni che si svolgono in Croazia, paese
natale del Maresciallo, nelle visite al mausoleo di Belgrado, nonché
nelle associazioni che fioriscono continuamente in Bosnia Erzegovina,
soprattutto, ma anche in Slovenia, Macedonia e persino nel Kosovo.
Visitata da 80.000 persone in sei mesi di vita, Titoslavija non è la
prima Repubblica virtuale jugoslava né, tanto meno, la prima iniziativa
volta a celebrare Tito e gli anni del suo governo. Nel 1999 un serbo che
vive in Olanda fondò yuga.com, “la casa dei cyber jugoslavi”, con tanto
di passaporto, costituzione e cittadinanza (questa volta gratuita) e una
popolazione che ha raggiunto i 16.768 abitanti. “Nel 1991 abbiamo perso
il nostro paese e siamo diventati cittadini di Atlantide” si legge nella
home page, “da oggi questa è la nostra nuova patria”. Titoville è un
altro cult dai “fedelissimi” del Maresciallo. Curato da due sloveni, è
il sito personale dell’ex leader jugoslavo che, risorto in internet, si
racconta ripercorrendo le tappe della sua vita, passando in rassegna i
suoi discorsi, le sue canzoni preferite, le sue fotografie (tutto
ovviamente scaricabile). Una sezione di feedback è riservata al dialogo
con il Maresciallo, che conserva tutte le lettere inviate dai visitatori
in dodici ordinati volumi (uno per anno). Passando dal terreno virtuale
a quello reale, a Subotica, nel nord della Serbia, si trova Jugoland, un
parco creato “per tutti gli jugo-nostalgici che vogliono venire qua e
divertirsi ricordando Tito”, dice il suo fondatore Gabric Blasko.
“Cancellare il nome Jugoslavia è stato un crimine, il governo della
Serbia e Montenegro ha ucciso l’ultima cosa che rimaneva del nostro
paese. Io ho voluto salvarlo almeno in questi tre ettari di terra”. Il
parco è una sorta di mini Jugoslavia in scala, con il mare Adriatico che
bagna le coste della Croazia da un lato (per adesso un buco senza
acqua), e il Monte Triglav dall’altro. Il turista, accolto da una band
musicale che suona musica di trentenni fa (almeno!), è accompagnato,
lungo tutto il percorso, dal volto del Maresciallo e dalle bandiere
della ex Repubblica Federale e all’uscita può sbizzarrirsi nell’acquisto
di.vari tipi di gadget (poster, portachiavi, magliette). Jugoland, in
due anni, è stata visitata da duemila persone. “Tito oggi è cool” dice
Dragan Jankovic, un ragazzo serbo “è di moda: le magliette con il su
volto vanno a ruba, così come tutti gli oggetti che ricordano quegli
anni: libri, medaglie, foto, quadri, dischi prima si buttavano adesso
sono oggetti da collezione.” E c’è qualcuno che ha pensato anche di
farne un business: quest’estate in Croazia è stata lanciata l’acqua
minerale intitolata al Maresciallo: Titov izvor, si chiama, “la sorgente
di Tito”.
Ma chi sono e che cosa rimpiangono gli jugo-Tito nostalgici? Sono
innanzitutto gli ex partigiani, coloro che hanno combattuto durante la
seconda guerra mondiale contro gli ustashia (i fascisti croati) e che
hanno continuato a celebrare il Maresciallo anche durante il periodo di
Tudman (1990-1999), quando non erano graditi al regime perché.
rimpiangendo la Jugoslavia, implicitamente rifiutavano di riconoscere la
Croazia come paese autonomo e indipendente. In loro è ancora forte
l’antifascismo ma anche il rimpianto per i tempi passati e per le
garanzie assicurate dallo stato sociale. Ma i veri protagonisti di
questo fenomeno sono i giovani, sia coloro che sono cresciuti negli
ultimi anni della dittatura sia quelli che non l’hanno nemmeno
conosciuta. Tra loro la nostalgia dei tempi passati si mischia
all’ironia, alla moda e si trasforma quasi in mito. “Ah, questo
formaggino era buonissimo” dice Dragan mentre sfoglia il Lessico della
Mitologia Jugoslava, un libro organizzato come un dizionario che
raccoglie, in 400 pagine, gli oggetti che hanno fatto la storia della
Jugoslavia, i prodotti nazionali, quelli che si potevano trovare
soltanto a Trieste, le macchine, gli sportivi e così via. “Si chiama
Zdenka, era il nostro formaggino, l’unico che avevamo, (noi avevamo una
cosa di tutto). Siamo cresciuti con quello. Aveva un packaging
bellissimo, il marchio conteneva l’immagine della figlia del produttore,
Zdenka appunto, in un costume folclorico: troppo bello! Era prodotto in
Croazia e quindi durante la guerra non l’abbiamo più mangiato. Adesso è
ricomparso anche in Serbia e la gente lo compra ancora, perché è Zdenka,
e si fida”.
Dietro alle mode, tuttavia, si nascondono sempre ragioni più profonde
dalle quali solitamente scaturiscono: “Per i giovani, la jugo-nostalgia
e la celebrazione di Tito è anche un modo per manifestare il loro
malcontento contro tutto quello che la guerra gli ha lasciato“, afferma
Stefano Bianchini, docente di dell’Università di Bologna nonché
Direttore dell’Istituto per l’Europa Centro-Orientale. Oggi i giovani
devono affrontare povertà e disoccupazione, e uno stipendio che è pari a
poche centinaia di dollari, “inoltre, continua Bianchini, “la guerra ha
lacerato famiglie e le ha divise per sempre. Per passare da uno stato
all’altro ci vuole il visto, mentre prima non solo ci si muoveva
liberamente dentro i confini nazionali ma con il passaporto jugoslavo si
andava ovunque”. Facendo parte di un paese non allineato (e cioè che non
apparteneva né al blocco sovietico del Patto di Varsavia, né a quello
occidentale della Nato), gli jugoslavi potevano, infatti, recarsi sia in
Unione Sovietica sia negli Stati Uniti, e questa indipendenza dava loro
una forte sensazione di prestigio che è rimpianta ancora oggi: “Una
volta eravamo la Jugoslavia” dice ancora Dragan “e il nostro passaporto
valeva oro. Eravamo qualcuno, uno stato, una nazione, piccola, certo, ma
la nostra voce contava. Adesso non siamo più niente”.
Alimentata anche dagli anniversari che si sono succeduti quest’anno (il
25° della morte di Tito e il 60° della vittoria sul fascismo), la
jugo-Tito nostalgia ”non è il desiderio di ricreare lo stato totalitario
comunista, nessuno, o quasi nessuno lo vuole”, dice il Professor
Bianchini, ”ma, almeno in parte, è il rimpianto verso le sicurezze
offerte dallo stato sociale. Cresce proprio in questi ultimi tempi
perché si stanno spegnendo i rancori della guerra e, soprattutto, le
nazioni che compongono quest’area sanno che se vogliono entrare
nell’Unione Europea devono rispettare le minoranze e tornare a dialogare
fra loro”. Non a caso dallo scorso anno si è potuto assistere ad alcune
forme di collaborazione fra i vari paesi dell’ex Jugoslavia, che solo
qualche tempo prima sarebbero state impensabili. Un film, Sivi kamion
crvene boje (un camion grigio colorato di rosso), coprodotto da Sloveni
e Serbi racconta l’incontro e l’innamoramento di un ragazzo bosniaco e
uno serbo; un documentario sulle divisioni prodotte dalla guerra,
Videoletters, è stato trasmesso contemporaneamente su tutte le TV dei
paesi ex jugoslavi, e il famoso gruppo rock Bijelo Dugme, la band di
Goran Bregovic che negli anni ottanta era all’apice del suo successo, lo
scorso giugno si è riunito per tenere tre concerti (a Belgrado, Sarajevo
e Zagabria) che passeranno alla storia per l’incredibile successo di
pubblico (nella sola capitale serba hanno assistito alla performance
200.000 persone, molti dei quali giovani). “La jugo-nostalgia non è un
movimento, forse potrebbe diventarlo ma personalmente ne dubito”, dice
Andrea Rossini dell’Osservatorio sui Balcani, “è un sentimento che si
basa sul rimpianto del passato, certo, ma anche sulla voglia di tornare
a condividere non solamente la stessa lingua, ma anche il cinema, il
teatro, i libri, e ritrovare un tessuto culturale omogeneo”, e, forse, è
anche un po’ il desiderio di riscoprire se stessi.
Milano, novembre 2005
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