marta mainieri

 

Scacchi è donna

Non sono ancora molte, ma in continuo aumento, e soprattutto sempre più brave. Le donne degli scacchi, negli ultimi vent’anni, hanno ridotto la distanza che le separa dagli uomini nella classifica mondiale di circa un terzo, migliorato la propria media di quasi duecento punti ELO (unità con cui si misura l’abilità di un giocatore), contro i cento dei maschietti, e conquistato l’ottava posizione nella classifica dei 100 giocatori più forti del mondo. Uno sport, quello degli scacchi, che annulla la dimensione atletica ed esalta le qualità intellettive dei giocatori: uomini, donne, giovani, anziani e anche portatori di handicap fisici possono sedersi allo stesso tavolo da gioco e competere ad armi pari. Eppure il gentil sesso, fino a qualche anno fa, ha faticato a raggiungere traguardi significativi, sia per il numero esiguo di giocatrici, sia per il loro valore, troppo distante da quello dei loro colleghi maschi.

Nata in Ungheria trent’anni fa Judit Polgar è l’unica che ha sfidato alla pari i grandi campioni del mondo, spesso battendoli (ha vinto contro Spassky, Karpov, Kasparov, e Topalov). Non ancora ventenne figurava già tra i primi 10 giocatori – maschi - al mondo, e ancora oggi è l’unica donna che affronta esclusivamente gli uomini, talmente alto è il suo punteggio rispetto a quello delle sue colleghe. Ma Judit è anche la più piccola di tre sorelle i cui successi hanno segnato per sempre la storia degli scacchi femminili: Susan, la più grande, nel 1991 è stata la prima al mondo ad ottenere il titolo di Gran Maestro Maschile (GM), il massimo conseguibile per uno scacchista, e Sofia nel 1989, in un torneo internazionale a Roma, ha totalizzato una performance di quasi 3000 punti ELO, un’enormità, tanto che la vittoria viene ricordata ancora con il nome di sacco di Roma.
Lo straordinario valore delle sorelle Polgar ha messo in discussione le tante teorie, che nel corso del tempo si sono succedute nel tentativo di spiegare perché le donne siano meno abili degli uomini nel gioco degli scacchi. “Quando ero giovane” dice Susan Polgar “non capivo perché si ritenessero le donne non in grado di competere alla pari con gli uomini. E’ davvero sorprendente che solo vent’anni fa, moltissime persone non avrebbero mai immaginato i risultati che oggi stanno ottenendo le donne negli scacchi". Non solo vent’anni fa ma ancora oggi c’è chi continua a ritenere, e a teorizzare, che la donna non sia adatta a giochi in cui prevale la strategia, che non ha le stesse capacità mnemoniche dell’uomo, che non sa mantenere il giusto livello di concentrazione o che, i suoi doveri di moglie e di madre non le permettono di dedicare l’impegno necessario a una disciplina così complessa.

“Non ho mai creduto ai pregiudizi nei confronti delle donne”, sostiene la GM Alexandra Kosteniuk, campionessa russa e vice europea, “semplicemente per molti anni gli uomini sono stati gli unici a giocare a scacchi e solo negli ultimi tempi iniziano ad abituarsi a sfidare le donne ed è bene che stiano attenti dato che perdono sempre più spesso”. Per Alexandra la femminilità non è mai stato un tabù, anzi: attraverso il suo visitatissimo sito internet pubblicizza il suo motto - Alexandra Kosteniuk, la prova che l’intelligenza e la bellezza sono una cosa sola - e vende centinaia di ritratti e gadget di ogni genere (dal cd con le sue foto, il dvd delle sue partite, libri, magliette, cappellini, e così via).
L’ex campionessa americana Jennifer Shahade, invece, nel suo libro Chess “bitch”: women in the ultimate intellectual sport, attacca la “subcultura maschilista” del mondo degli scacchi, dedicando un intero capitolo alle frasi celebri pronunciate da gradi campioni come Garry Kasparov (disse: “le donne non hanno successo negli scacchi perché troppo facilmente vengono distratte da eventi esterni, come un bambino che piange al piano superiore”). Una provocazione, come tutto il libro di Jennifer, a cominciare dal titolo e dalla copertina, dove appare con una canottiere scollata, guanti e sciarpa fuxia e una parrucca bionda che ricorda quella di Julia Roberts in Pretty Woman. “Credo che gli scacchi siano divertenti e sexy, a differenza di quello che pensa la gente”, dice “nel mio libro ho voluto raccontare tutte le grandi campionesse di questa disciplina che, spesso, vengono giudicate poco femminili o aggressive. Io, invece, penso siano estremamente eterogenee, socievoli e attraenti”.

Difficile, infatti, tracciare un identikit delle scacchiste. Chi avesse fatto un giro alle ultime Olimpiadi che si sono tenute a Torino lo scorso maggio, avrebbe visto un insieme molto variopinto di donne che sedevano ai tavoli, il più delle volte indossando i loro vestiti tradizionali, dal momento che gli scacchi non richiedono alcuna tenuta sportiva particolare. Giovanissime, si sono appassionate a questo sport fin da bambine, grazie, il più delle volte, agli insegnamenti di una figura maschile e mai femminile. Il loro gioco, si dice sia più emotivo ed aggressivo rispetto a quello degli uomini: “a noi piace vincere o perdere”, afferma ancora la Kosteniuk “per questo gli incontri fra donne raramente finiscono in pareggio”. Il progressivo miglioramento della qualità del loro gioco, così come per quello degli uomini, si deve, tra i vari fattori, al dissolvimento dell’Unione Sovietica che ha fatto emigrare all’estero molti Maestri e alla diffusione di internet che offre l’opportunità, a chi vuole imparare, di trovare, online, insegnanti, modelli da imitare e tantissime informazioni (notevoli a questo riguardo i ben otto blog di Susan Polgar!).
Una diffusione della conoscenza fatale per la Russia. Ancora una delle più forti nazionali al mondo nella disciplina, ha perso il suo primato di leader indiscussa, incalzata dai paesi delle ex repubbliche sovietiche, dell’Europa dell’est, e anche da nuove formazioni che fino a vent’anni fa erano assenti dal panorama scacchistico. “Se lo sviluppo economico significa maggiore divulgazione della conoscenza” dice il Maestro Giovanni Franco Falchetta, istruttore e preparatore tecnico della campionessa del mondo di scacchi per corrispondenza Alessandra Riegler di Modena, la prima italiana in assoluto ad aver vinto di un titolo mondiale dopo 500 anni, e l'unica non dell'ex Unione Sovietica, “ma anche maggiori possibilità di dedicarsi ad un’attività creativa non legata alla sussistenza come può essere il gioco degli scacchi, si capisce come mai l’Italia del Rinascimento aveva i giocatori più forti del mondo allora conosciuto, e il calabrese Gioacchino Greco era considerato il campione del mondo, mentre oggi paesi emergenti come la Cina (giunta al secondo posto alle ultime Olimpiadi di Torino 2006), l’India, o anche il Vietnam, hanno presentato formazioni di ottimo livello”. E’ così che nella classifica femminile juniores la prima, e anche numero due mondiale, è l’indiana Humpy Koneru (classe 1987), che ottenne incredibilmente il titolo di Grande Maestro maschile a 15 anni, e la seconda è la cinese Hou Yifan, classe 1994 e ottava al mondo. Una Cindia anche negli scacchi? E’ un po’ presto per dirlo ma la Cina, estranea allo scacchismo mondiale fino agli anni ottanta, è ormai una realtà grazie alla bravissima Xie Jun, tre volte campionessa del mondo, ma anche ad altre fortissimi giocatrici; e l’India oltre alla Koneru vanta altre due ragazze fra le “top 20 girls”. Direbbe Federico Rampini: “sono tre miliardi e mezzo, sono più giovani di noi e studiano più di noi”.


Milano,  luglio 2006