| |
marta mainieri
Un indios presidente
Esther Morales ride quando ci si rivolge a lei come alla Primera
dama di Bolivia. Una risata crassa, gioiosa, come solo le donne del sud
del mondo sanno fare: “non sono la Primera dama, almeno non ancora.
Forse in futuro, ma non c’è niente di ufficiale. A dire il vero non sono
neanche sicura di essere adatta a quel ruolo. Quando si dice Primera
dama si pensa a una donna di alta società , ben truccata, con i tacconi.
Io non sono cosi: sono una persona del popolo, nata per servire la
nostra gente”. Effettivamente Esther Morales non è il genere di first
lady che si è soliti veder scendere dagli aerei presidenziali: 55 anni,
pelle rossastra, un naso aquilino, e rughe profonde che sottolineano una
vita di fatica. Vive a Oruro, 230 chilometri a sud della capitale La
Paz, dove gestisce sotto casa un negozio di carne, nonostante suo
fratello Evo, poco dopo esser stato eletto, l’abbia proposta per un
ruolo che solitamente spetta alle mogli dei presidenti. “Una
provocazione “ dice lei sempre ridendo. E non è difficile crederlo. In
nove mesi di mandato il presidente della Bolivia è diventato famoso per
le sue provocazioni, come quando qualche settimana fa si è presentato
davanti al consiglio delle Nazioni Unite sventolando una foglia di coca,
o, appena eletto, ha visitato tre continenti e incontrato otto capi di
stato indossando un maglione a strisce bianche rosse e blu, diventato
presto un cult che la stampa internazionale ha paragonato al basco di
Che Guevara e al passamontagna del subcomandante Marcos.
Di origine aymara, Evo Morales non è solo il primo presidente indio
della storia della Bolivia ma anche l’unico ad essere stato eletto con
oltre il 50% dei voti. Una vera e propria investitura, ottenuta prima
alle urne e poi riconosciuta dai leader di tutte le comunità indigene
del paese, che, il 21 gennaio, giorno prima del suo ingresso in
parlamento, lo hanno nominato “Capo Supremo ”. In una cerimonia dai
sapori precolombiani, carica di gesti rituali e simbolici avvenuta al
santuario di Tiahuanaco, Morales, accompagnato naturalmente
dall’amatissima sorella, è apparso indossando una tunica quadrata rossa
(lluku) che simboleggiava il potere spirituale (i cui disegni,
realizzati grazie tecnologie digitali, riproducevano perfettamente
quelli usati dagli antichi sovrani) e salutando le 40.000 persone
presenti ha detto: “oggi inizia una nuova vita per il popolo boliviano,
una vita fatta di giustizia e uguaglianza”.
Una sofferenza durata 513 anni quella dei popoli indigenti boliviani,
paragonata più di una volta dal presidente Morales, nei suoi discorsi, a
quella dei neri del Sud Africa. Come questi, nelle loro terre, gli
aymaras, i quechua, i mojeños, i chipayas, i muratos, e i guaranì, che
secondo l'ultimo censimento del 2001, insieme costituiscono il 73,2% dei
boliviani, sono stati emarginati, vilipesi, disprezzati, condannati
all'estinzione. Solamente cinquant’anni fa ai nativi in Bolivia non era
permesso studiare, camminare sui marciapiedi e nemmeno entrare nella
piazza storiche di La Paz, oggi, invece, oltre al Presidente più dei due
terzi dei Ministri della Repubblica sono nativi (alla Giustizia, ad
esempio, troviamo Casimira Rodriguez, una quechua fondatrice del
sindacato delle lavoratrici domestiche, agli esteri l’aymara David
Choquehuanca, e agli interni la chola –meticcia- Alicia Muñoz): “Evo ci
ha ridato la dignità” dice Jacquline Ticona Rojas, pittrice di origine
aymara “ci ha fatto prendere coscienza di noi stessi, della nostra
cultura, e anche delle ricchezze del nostro paese. Noi siamo una nazione
arretrata, almeno così credo ci vedano all’estero, però abbiamo una
cultura secolare di cui, fino a qualche anno fa, quasi ci vergognavamo.
Oggi, invece, sappiamo che è la nostra forza, quella che ci ha permesso
di resistere a tanti anni di soprusi e violenze e di rimanere uniti”.
Hermano presidente, compañero o semplicemente Evo: così lo chiamano i
boliviani e così lui stesso ama sentirsi chiamare: “E’ più facile” dice
“più familiare”, e soprattutto lo fa sentire sempre vicino a coloro che,
fino a qualche tempo fa, erano i suoi compagni di lotta. La sua storia
inizia 47anni fa, a Orinoca, nelle campagne intorno a Oruro. “Vivevamo
onestamente”, ricorda ancora la sorella Esther “lui portava le pecore al
pascolo e appena poteva scappava a farsi una partita di pallone. Si
faceva la palla con pezzetti di stoffa e buste di plastica e quando si
disfava ne rifaceva subito un'altra raccattando da terra ogni cosa che
trovava ”. Voleva diventare calciatore Evo Morales, ma i genitori, a
causa della siccità che colpì le loro terre nei primi anni ottanta,
decisero di emigrare verso le valli del Chapare dove si coltivava la
redditizia foglia di coca; pianta sacra per i boliviani, offerta agli
dei fin dall’antichità, ma utilizzata anche per festeggiare l’arrivo di
una nuova stagione, predire il futuro, tenere unita la comunità, fare
mate, dentifricio, shampoo, farina e per fini terapeutici. Dalla stessa
pianta, tuttavia, si estrae un alcaloide che, trattato chimicamente con
una quarantina di agenti, viene trasformato in cocaina. In queste terre
il giovane Evo, poco più che ventenne, assistette ad un episodio che gli
cambiò per sempre la vita: “dopo neanche un anno che eravamo lì” dice
Esther “Evo vide con i suoi occhi alcuni militari del governo
autoritario di Garcia Meza (sotto il quale il commercio di cocaina
diventò strumento di pianificazione economica dello stato ndr)
picchiare, e poi bruciare vivo, un compagno che non voleva dichiararsi
colpevole di traffico di droga. Credo sia stato allora che giurò di
ridare dignità al nostro paese e ai nostri fratelli cocaleros ”. Nel
1982 si aprì un periodo democratico per la Bolivia, ma non per questo
cessarono le violenze. Alla fine degli anni ottanta: il governo di
Víctor Paz Estenssoro decise di appoggiare la politica antidroga degli
Stati Uniti che volevano debellare il narcotraffico colpendo i paesi da
cui proveniva la cocaina (la Bolivia è il terzo produttore al mondo).
Nel 1988 approvò una legge (la 1008) con la quale si stabilì di limitare
la produzione della foglia di coca ad alcune zone del paese definendo in
modo arbitrario, i luoghi dove sarebbe stata coltivata per usi illegali.
Sebbene la legge non prevedesse l’eradicazione delle coltivazioni in
eccesso, questa venne praticata sistematicamente e accompagnata da ogni
genere di soprusi (fonti non ufficiali parlano di 200 persone
assassinate in quindici anni e 1.500 ferite da arma da fuoco).
I contadini si opposero organizzandosi prima in blocchi stradali,
occupando terre e mercati poi riunendosi in associazioni e sindacati.
Evo Morales fu eletto Segretario esecutivo della Federazione del
Tropico, Presidente del Comitato di Coordinamento delle sei federazioni
del Tropico di Cochabamba e poi, nel ’97 deputato della sua
circoscrizione con il 70% dei voti, la percentuale più alta fra i 68
eletti. “E’ stato un periodo durissimo” ricorda ancora la sorella Esther,
“avevo sempre paura che mio fratello sparisse, la notte molto spesso non
dormivo tanto mi tormentava questo pensiero. Poi la gente l’ha votato ed
è stata una grande soddisfazione.”
Come deputato Evo Morales appoggiò nel 2000 prima la cosiddetta “guerra
dell’acqua”, un movimento quasi esclusivamente indigeno che si opponeva
alla privatizzazione delle risorse di Cochabamba e poi la “guerra del
gas” nel 2003, una vera e propria rivolta popolare provocata dalla
decisione del governo di vendere il gas di Tarija a un consorzio
internazionale. In due anni i duri scontri fra i campesinos e le forze
di polizia provocarono centinaia di morti e costrinsero alle dimissioni
prima il presidente Sánchez de Lozada, rifugiatosi a Miami, e poi,
l’anno scorso, il suo successore Carlos Mesa portando il paese verso le
ultime elezioni. “E' stato un poderoso torrente di liberazione e
trasformazione sociale" ha detto il vice presidente eletto Álvaro García
Linera, braccio destro di Morales, ex-guerrigliero Tupac Katar, oltre
che vero ideologo e stratega del successo del MAS (Movimento al
socialismo), il partito del presidente, "una rivoluzione storica e
democratica avvenuta solo grazie al voto popolare."
E ora? Ride ancora Esther Morales mettendo in luce tutti i suoi denti
non proprio splendenti e regolari: “E adesso viene il difficile. Evo
dovrà mantenere quello che ha promesso. Ma mio fratello è testardo e
crede molto in quello che fa. E’ sicuro di farcela anche se la strada è
lunga, difficile e rischiosa. Noi abbiamo passato la fame, abbiamo
camminato scalzi nei campi e sappiamo che cosa vuol dire lavorare duro.
Quello che prima non avevamo era la speranza che qualcosa potesse
cambiare. Oggi non è più così e questa consapevolezza niente e nessuno
potrà togliercela. Per questo, credo, che qualunque cosa accadrà la
Bolivia e la nostra gente non saranno più le stesse”.
Milano, ottobre 2006
|
|