marta mainieri

 

Emilio Marchi, tre vite in una

 

Strade asfaltate e illuminate corrono intorno a piccole abitazioni in muratura dotate di acqua, servizi igienici e piccoli giardini. Nel cuore del quartiere due panifici che vendono il pane a prezzo popolare, un centro per nonni soli, uno per i giovani, due scuole tecniche, un laboratorio di analisi clinico, uno studio dentistico, mense e asili per i bambini. Niente di eccezionale, forse, per molti quartieri delle città scandinave, ma straordinario sicuramente per uno dei sobborghi più degradati di Posadas, nel nord est dell’Argentina.
San Jorge è una delle tante baraccopoli dell’America meridionale cresciuta su una discarica, dove vivono migliaia di persone in condizioni di povertà e degrado, quando Emilio Marchi con la sua ONG Jardin de los niños decide di trasferirsi in quest’area per aiutare i quasi 6000 bambini che vi abitano.
E’ il 1983. I militari hanno appena lasciato il potere, abbandonando il paese in una grave crisi economica. Emilio Marchi, argentino di origine italiana, arriva nel quartiere dopo aver trascorso otto anni di esilio forzato a Padova dove viveva facendo il pittore: “c’era una grande eccitazione”, racconta “ma anche tanta disperazione. Rimasi colpito dai molti bambini che vivevano soli, per strada, sporchi e malnutriti, come non ne avevo mai visti nel mio paese.” Decide di rimanere e di dedicarsi a loro. Non ha molto da perdere; aveva già perso tutto la notte in cui i militari lo prelevarono dalla sua casa di Buenos Aires e lo portarono in uno dei tanti luoghi in cui sparivano i dissidenti politici. Titolare di una fabbrica di macchinari e trasformatori elettrici, Emilio Marchi fu uno dei pochi desaparecidos “riapparsi” grazie all’intervento internazionale e all’ospitalità di parenti italiani. “Un’esperienza che mi ha cambiato per sempre: tanta sofferenza mi ha reso molto più sensibile e disponibile nei confronti di chi soffre”.
Più sensibile, sicuramente, ma non per questo meno determinato. A San Jorge, poco dopo il suo arrivo, Emilio apre una mensa e un asilo per i bimbi abbandonati, facendo la spola tra Posadas e Padova dove raccoglie denaro dipingendo e vendendo fino a due quadri al giorno. Ma il cerchio della solidarietà si allarga e la fama di Emilio raggiunge Belluno, Padova, Treviso dove si forma un nutrito gruppo di amici, - quasi 800 - che lo sostengono e lo aiutano. Grazie a loro e poi anche all’Unione Europea, alla Caritas e al municipi di Posadas, Emilio, nei primi anni novanta, inizia l’urbanizzazione del quartiere, il suo progetto più ambizioso: “mi ero reso conto che per riuscire davvero a togliere i bambini dalla strada non bastava creare luoghi sicuri ma bisognava andare oltre e lavorare sulle famiglie e sull’ambiente che stava attorno”. Così chiama a raccolta uomini, donne, bambini: tutti gli assegnatari della casa devono partecipare perché l’obiettivo dell’urbanizzazione non è solo risanare il quartiere ma anche rafforzare i legami comunitari, responsabilizzare gli abitanti, e insegnare un lavoro, quello edile, che nella zona è il più richiesto. “E’ stato un progetto straordinario”, racconta Emilio, “solo che, man mano che l’urbanizzazione procedeva, si liberavano nuove aree che venivano occupate da altre baracche”.
Terra di frontiera, Posadas ogni anno accoglie non solo contadini dalle campagne limitrofe ma anche indios che arrivano dal Brasile e dall’Uruguay, così se un tempo a San Jorge vivevano 200 famiglie oggi questo valore è quasi triplicato. Emilio Marchi però non è tipo da demoralizzarsi: “l’entusiasmo è quello di sempre anche perché se da un lato ci sono nuove famiglie da sistemare dall’altro ci sono molti ex baraccati che, ad esempio, mi chiedono a gran voce di imparare ad usare il computer. Il quartiere è cambiato e noi dobbiamo cercare di riadattare i nostri obiettivi per rispondere alle nuove esigenze che si sono venute a creare”. Oggi a San Jorge le scuole di apprendistato insegnano a diventare falegname, cuoco, parrucchiera, e piccoli negozietti stanno nascendo grazie a un programma di microcredito che sembra andare benissimo. Progetti per il futuro? Inutile dirlo, tanti: urbanizzare Santa Cecilia, un’altra discarica di Posadas; allargare il raggio di azione di Jardin de los niños ; collaborare con altre ONG, ma soprattutto con il governo e la provincia: “gli interventi delle singole istituzioni e delle ONG sono poco significativi: ai primi manca la competenza ai secondi il denaro sufficiente per fare qualcosa di importante. Unendo invece le forze, credo sia possibile incidere davvero sul futuro del mio paese e della sua popolazione, ed è proprio a questo che sto lavorando in questi giorni”. E più che una promessa sembra quasi un certificato di garanzia.


Milano,  novembre 2006