marta mainieri

     R                                 14 gennaio 2008


Riverband

Baghdad Burining � uno dei blog pi� famosi della blogosfera irachena. E� gestito da Riverband, una giovane irachena che con questo pseudonimo ha raccontato l�invasione americana e tutto quelle che ne � seguito. I commenti dei primi due anni sono stati raccolti in un libro �Baghdad brucia� pubblicato negli USA e tradotto in Italia da Baldini e Castoldi. Numerosi e a volte persino ironici, i suoi post sono diventati via via sempre pi� rari e drammatici comunicando un senso irreparabile di stanchezza e sconforto. L�epilogo della sua storia, come quella di molti iracheni sopravvissuti alla guerra, � in questo suo penultimo post, pubblicato qualche tempo fa, nel quale racconta il viaggio con la sua famiglia verso la Siria, il solo paese, oltre alla Giordania, che accetta gli iracheni senza richiedere un visto di entrata.

Due mesi fa io e i miei familiari abbiamo preparato le valige. L�impresa pi� difficile della mia vita. E� stata la mia mission impossible guardare tutte le cose accumulate negli anni e decidere quello di cui non potevo fare a meno: i vestiti per i prossimi mesi, le foto importanti, i diari, i CD, tutto doveva entrare in uno spazio di 70 cm per 40.
Ho fatto e disfatto la valigia 4 volte. Ogni volta eliminavo una cosa e ogni volta ne aggiungevo un�altra. E finalmente dopo un mese e mezzo tutti noi abbiamo chiuso le valige definitivamente. Quattro grandi e identiche valige, una per ogni membro della famiglia, e una quinta pi� piccola per i documenti: certificati di laurea, di salute, e cos� via.
Poi, abbiamo aspettato, aspettato e aspettato. Il giorno della partenza ci ha svegliati un�esplosione, avvenuta appena due chilomentri da casa, che ci ha obbligati a spostare il viaggio di una settimana. Ma, ancora una volta, la notte prima del giorno stabilito, l�autista che doveva guidare la nostra auto ci ha comunicato la morte del fratello in un attentato, costringendoci cos� a rimandare ancora la partenza.
Ero ormai convinta che non saremmo pi� partiti. Il confine con la Siria mi sembrava lontano almeno quanto quello con l�Alaska. Poi all�improvviso, una notte, mia zia ha chiamato dicendo che un suo vicino sarebbe partito per la Siria in 48 ore, che il figlio era in pericolo e aveva bisogno di un�altra famiglia per condividere il viaggio � come le gazelle nella giungla che si muovono insieme perch�, cos�, hanno meno paura di essere attaccate -. Per due giorni � stato un susseguirsi di attivit�. Abbiamo controllato ogni cosa per essere sicuri di non dimenticare niente. Un lontano cugino con la sua famiglia si � trasferito nella nostra casa la notte prima della partenza (non potevamo lasciarla vuota perch� qualcuno se la sarebbe sicuramente presa).
L�addio � stato doloroso. Ho continuato a ripetermi �non piangere, � solo un breve viaggio come quando andavi a Mosul o Basrah prima della guerra�. Ma ho trascorso diverse ore prima di partire con un enorme grumo in gola. Mi bruciavano gli occhi e il naso colava, ma, mi sono detta, �sar� un�allergia�.
Ho salutato tutto, la mia scrivania, il tappeto, il letto, la poltrona dalla quale io e mio fratello ci siamo fatti male da piccoli, il tavolo dove mangiavo e facevo i compiti, e quello stupido Monopoli con le carte e i soldi che mancavano sempre ma che non ho avuto mai il coraggio di buttare.
Poi, sono finalmente arrivate le sei. I miei zii ci guardavano dispiaciuti con lo stesso sguardo che probabilmente avevo io quando vedevo amici e parenti andare via. Perch� la brava gente � costretta a partire?
Il viaggio � stato lungo ma tranquillo, abbiamo incontrato solo due checkpoint. Hanno preteso i documenti, dato un rapido sguardo ai passaporti e domandato dove eravamo diretti. I checkpoint sono terrificanti, ma ho imparato che la migliore tecnica � evitare il contatto visivo, rispondere alle domande educatamente e pregare.
Arrivati al confine, abbiamo aspettato per ore nonostante il il nostro autista avesse molte conoscenze. Avevo smesso di piangere da un pezzo, appena fuori Baghdad. Vedere le strade sporche, le rovine degli edifici e delle case, il fumo all�orizzonte mi ha aiutato a capire quanto ero fortunata ad andare verso un luogo pi� sicuro.
Poi � arrivato il nostro turno. Ci hanno guardato i passaporti e siamo passati. Il confine siriano � presidiato come il nostro ma l�ambiente � pi� rilassato. Le persone in fila con noi, una volta passato il confine, sono uscite fuori dall�auto per sgranchirsi le gambe. Alcune famiglie si sono riconosciute e salutate. Ma soprattutto, finalmente, eravamo di nuovo tutti uguali. Sunniti e sciiti, arabi e curdi, tutti rifugiati. E i rifugiati si assomigliano tutti, tutti con la stessa espressione sul volto, sollievo misto a dolore, speranza ad apprensione.
l primi minuti oltre il confine sono stati molto intensi. Immenso sollievo e incolmabile tristezza� Come � possibile che solo un tratto di strada di pochi chilometri divide la vita dalla morte? Stento a crederlo anche adesso. Sono seduta qui e scrivo chiedendomi come mai non sento esplsioni, come mail le finestre non tremano al passare degli aerei. Sto cercando di liberarmi dalla paura che persone armate vestite di nero entrino nella mia vita. Sto cercando di riabituare i miei occhi a vedere strade senza blocchi stradali, foto di Muqtada e tutto il resto�
Come � possibile che tutto questo si trova a cos� pochi chilometri di distanza?

Per maggiori informazioni: www.riverbendblog.blogspot.com/