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marta mainieri
28 gennaio 2008
Riverband - Parte seconda
�
Riverbend � una giovane irachena che gestisce un blog
�Baghdad bruning� fin dai giorni dell�invasione americana. Due settimana
fa abbiamo ascoltato il suo post che raccontava la sua partenza e quella
della sua familgia verso la Siria, il solo paese, oltre alla Giordania,
che fino a poco tempo fa accettava gli iracheni senza richiedere un
visto di entrata. Oggi, invece, ascoltiamo il racconto su i suoi primi
giorni a Damasco e sulla sua nuova condizione di rifugiata.
La Siria � un bel paese � almeno mi sembra. Dico "mi sembra", perch�
mentre penso che � bella, mi chiedo se scambio la sicurezza e la
normalit� per 'bellezza'. In tante cose Damasco � simile a Baghdad prima
della guerra � strade movimentate, ingorghi, mercati sempre pieni di
gente� in molte altre, invece, � diversa. Gli edifici sono pi� alti, le
strade sono pi� strette e c�� sempre quella montagna, il Qasiyoun, che
incombe in lontananza.
Le prime settimane sono stata quasi uno shock. Facevo fatica a liberarmi
da quelle abitudini che avevo ormai acquisito in Iraq. E� strano come si
impara a muoversi nel pericolo e come non ci si accorga di fare cose
strane-come evitare gli occhi della gente per la strada o pregare fra te
e te quando rimani bloccato nel traffico. - Ci sono volute almeno tre
settimane per imparare nuovamente a camminare con la testa in s�, senza
guardarmi costantemente alle spalle.
Si dice che ci siano almeno un milione e mezzo di iracheni in Siria
oggi. Ci credo. Camminando per le strade di Damasco si sente l�accento
iracheno ovunque. Ci sono interi quartieri, come Geramana e Qudsiya,
pieni di rifugiati iracheni. La figlia di mia cugina frequenta una
scuola a Qudsiya e la sua classe � composta da 26 bambini iracheni e
cinque siriani. Da non credere. La maggior parte delle famiglie non ha
nulla e vive dei propri risparmi, che si stanno rapidamente esaurendo a
causa del costo dell�affitto e della vita.
Appena un mese dopo il mio arrivo, si � sparsa la voce che la Siria
aveva intenzione di chiedere il visto d�entrata agli iracheni come gi�
succede in quasi tutti i paesi. Le nostre �esimie� autorita si sono
incontrate con i siriani e i giordani decidendo di toglierci gli ultimi
due luoghi sicuri rimasti per noi: Damasco e Amman. La trattativa �
iniziata a fine di agosto e si � conclusa a ottobre. Gli iracheni che
desiderano entrare in Siria ora devono avere un permesso rilasciato dal
consolato o dall�ambasciata siriana del paese in cui si trovano. Se sono
rimasti in Iraq, invece, devono ottenere un riconoscimento da parte del
Ministero degli Interni (chiss� come lo potranno ricevere coloro che
scappano proprio dalla polizia del Ministero degli Interni�).
Prima di questo accordo gli iracheni che entravano in Siria ricevevano
al confine un visto turistico valido un mese. Allo scadere, potevano
rinnovare il permesso di un altro paio di mesi al massimo. Dopo gli
accordi � diventato impossibile ricevere questa estensione. Cos� prima
che ci scadesse il permesso io e la mia famiglia abbiamo avuto la
brillante idea di andare fino al confine, mettere il piede in Iraq e poi
tornare in Siria. Siamo partitri un giorno caldo di Settembre, diretti a
Kameshli, al confine nord della Siria. Uno dei confini pi� semplici da
attraversare perch� i due paesi sono divisi solo da pochi metri. Un cosa
semplice e sicura.
Quando siamo arrivati, tuttavia, ci siamo accorti che migliaia di
iracheni avevano avuto la nostra stessa brillante idea. A centinaia
stavano in piedi ad aspettare di avere il loro passaporto timbrato con
il permesso. Cos� anche noi ci siamo messi in fila e abbiamo aspettato,
aspettato, aspettato.
Ci sono volute quattro ore per lasciare il confine iracheno e tornare in
Siria. �Sembra di essere in fila per la benzina� ha detto scherzando mio
cugino. Quattro ore in piedi, seduti e ammassati su una line di confine.
Il sole scottava nella stessa maniera su tutti noi- sunniti, sciiti,
curdi. La gente chiacchierava, bestemmiava o stava zitta. E� stato un
altro pezzo di Iraq, un�altra occasione per ascoltare storie tristi e
chiedere di amici o conoscenti.
Rientrati in Siria mi sono resa conto per la prima volta che anche noi
eravamo rifugiati. Fino a quel momento non avevo pensato a me e alla mia
famiglia come a dei rifugiati. Dopo tutto i rifugiati non sono persone
che vivono in tenda e non hanno acqua potabile? I rifugiati portano
tutti i loro averi in una borsa non in una valiga e non hanno il
cellulare e l�accesso a internet, no? No, tutti dipendiamo da un timbro
stampato sul passaporto. Siamo tutti rifugiati. Non importa quanto
ricchi o istruiti siamo, un rifugiato � un rifugiato. Un rifugiato � una
persona che non � benvenuto in nessun paese, incluso il proprio.
Viviamo in un condominio insieme ad altri iracheni. Sopra di noi vive
una famiglia cristina che viene dal nord dell�Iraq mentre una famiglia
curda che ha perso la sua casa e sta aspettando di immigrare in Svezia o
in Svizzera o in qualche altro paese europeo � la nostra vicina di casa.
La prima sera che siamo arrivati, sfiniti, con le nostre valige e il
morale a terra, la famiglia curda ha mandato un suo rappresentante ad
accoglierci � un bambino di 9 anni senza i due denti davanti con una
torta fra le mani: �Abitiamo proprio di fronte a voi, la mamma ha detto
che se avete bisogno di qualcosa questo � il nostro numero. Di sopra
abita la famiglia Abu Dalia anche loro sono iracheni. Siamo tutti
iracheni qui, benvenuti�.
Ho pianto quella notta per la prima volta da tanto tempo, cos� lontana
da casa ho sentito quella unit� che ci hanno rubato nel 2003.
Per maggiori informazioni: www.riverbendblog.blogspot.com/
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