marta mainieri

     r                           9 dicembre 2008


I diritti umani in Egitto si difendono su Facebook

Sami Ben Gharbia, blogger tunisino, ha pubblicato un video in cui spiega il ruolo della blogosfera egiziana e quello di siti di social networking come Facebook o della piattaforma di micro-blogging come twitter nel denunciare violazioni dei diritti umani e nell'organizzazione di azioni di protesta. Global Voices, il portale che aggrega e amplifica le voci delle blogosfere dei paesi in via di sviluppo e in quelli in cui è limitata la libertà di stampa, l’ha tradotto in inglese. Ecco il testo.

(...) Secondo le stime ufficiali 7 milioni circa di egiziani navigano in internet, e il numero aumenta di tre volte se si considera che spesso a più persone corrisponde un solo contratto. Molti utenti, inoltre, hanno aperto pagine personali dove poter parlare apertamente. “Internet è libero” afferma Noha Atef, blogger e attivista, “ma i suoi utenti non lo sono”.
“Il numero degli utenti internet si è moltiplicato più di 80 volte tra il 1998 e il 2000, sostiene Gamal Eid, direttore del Arabic Network for Human Rights Information. “Il blog ha permesso a molti di far sentire la propria voce, di chiedere un cambiamento e di criticare i politici. Karem Amer, per esempio, ha passato quattro anni in prigione per essere un blogger, accusato di essere contro la religione e di aver insultato il presidente Mubarak (...) Ma le noie non si limitano alla prigione. Per esempio una blogger-studentessa di Alessandria è stata citata in giudizio e costretta a chiudere il suo blog, anche se lei non lo ha fatto; Abdel Moniem Mahmoud ha subito torture e più volte gli è stato impedito di viaggiare”
“Sono stato tre volte in prigione”, racconta Abdel Moniem Mahmoud, “una volta accusato di essere un membro di un gruppo bandito in Egitto; un’altra di essere in contatto con siti stranieri e di dare un’immagine distorta del nostro paese.”
“Il 7 di maggio stavo guidando” racconta l’attivista su Facebook Ahmed Maher, “un piccolo autobus mi ha affiancato. Alcuni teppisti sono scesi e mi hanno circondato. Hanno colpito la mia macchina, mi hanno picchiato e portato sul loro bus e poi alla stazione di polizia. Sono stato bendato, immanettato e poi interrogato. Mi hanno chiesto perchè non mi ero presentato quando mi avevano convocato e chi erano quelle persone che frequentavo su Facebook. Poi volevano sapere la mia utenza di Facebook, non riuscivo a ricordarmela, l’avevo scritta su un foglio e non ricordavo dove l’avessi messa, così mi hanno picchiato minacciandomi di darmene altre.
(...)
“Oltre al blog”, afferma un altro blogger “ci sono altri strumenti che noi tutti usiamo per organizzare la lotta in difesa dei diritti umani. Twitter, per esempio, è una piattaforma che permette di mandare messaggi testuali sul telefonino e noi ne abbiamo fatto uso per promuovere eventi e manifestazioni