marta mainieri

      r                              24 febbraio 2009


The millionaire e le speranza dei giovani indiani


E’ già da tempo che la blogosfera indiana discute di The Millionaire, il film che ha ottenuto otto statuette nella notte degli oscar. Come il resto della popolazione indiana, la blogosfera si divide tra chi crede che il film metta in luce solamente il lato più straziante della società indiana e chi invece lo difende per il suo realismo. Alcuni blogger polemizzano sul fatto che se il film non fosse stato realizzato da un occidentale, la platea internazionale l’avrebbe ignorato, altri, invece, riportano la protesta degli abitanti degli slum (i quartieri più degradati della città) che hanno ritenuto offensivo il termine “Slumdog” contenuto nel titolo originale del film. Nella polemica è intervenuto anche Nandan Nilekani, co-fondatore e direttore di Infosys, una delle più importanti aziende di Information Technology indiane, pubblicando un post sul suo blog “Imagining India Ideas for the new century” in cui spiega come i film indiani di oggi rappresentino la tendenza culturale predominante della nuova generazione di giovani indiani.

Credo che lo zeitgeist di una generazione, la tendenza culturale predominante di un’epoca, si percepisca anche attraverso il cinema. La generazione cresciuta tra gli anni settanta e ottanta è stata segnata dai film hindi. Pellicole come Zanjeer, Agneepath and Tezaab mostravano soprattutto rabbia. Gli eroi combattevano costantemente contro corrotti e potenti, politici criminali e mafiosi ben vestiti. Questi film erano la risposta culturale al senso di impotenza di molti indiani di fronte a governanti incompetenti, a un’economia stagnante impantanata in processi burocratici e a un mercato nero in continuo aumento.
Il tono dei film realizzati in India oggi è molto diverso. Si evince chiaramente in tutta la trama di The Millionaire, l’encomio del regista Danny Boyle a Bombay, la nostra vibrante, infernale, colorata città eterna. Il film ripercorre le vicende di Jamal Malik, che da ragazzo delle baraccopoli diventa milionario grazie a un gioco televisivo.

Il film è sui sentimenti, sulle aspirazioni e sui sogni che diventano realtà. Questo uomo comune, Jamal, non è arrabbiato come l'indiano degli anni 1970. Lui è allo stesso tempo speranzoso e implacabile, insolente e fiero della sua origine, come gli slumdog che ha intorno. Egli sa meglio di chiunque altro che è importante non da dove veniamo, ma verso dove stiamo andando.
Questo sogno “imprenditoriale” è scritto a grandi lettere nei nostri film di oggi. L'anno scorso ho incontrato Jaideep Sahni, lo sceneggiatore di Chak De, Bunty Aur Babli e Società, e durante la nostra conversazione ha sottolineato come questi film rispecchiano il sentimento degli indiani di oggi. Nella vita reale, come nei film Chak De e The Millionaire, i giovani che provengono da piccole città o da condizioni di estrema povertà sono alla ricerca disperata di una vita migliore, e credo veramente che hanno una reale possibilità di successo. Hanno esempi da imitare: Mahendra Dhoni, Sunil Mittal, Dhirubhai Ambani. Il mercato chiama, con le sue possibilità.
Questa storia però, è ancora incompleta. Quello che dobbiamo fare adesso è garantire che le opportunità offerte dall'economia indiana trovino corrispondenza nelle aspirazioni del popolo, che questa nuova generazione di giovani che ha uno spiccato senso imprenditoriale sia messa in grado di arrivare laddove aspira.