marta mainieri

          r                            24 marzo 2009


Giovane blogger iraniano muore nelle carceri di Tehran'

"Non sono mai stato compiacente al regime con le mie parole nè lo sarò mai", affermava il giovane blogger iraniano Omid-Reza Mir-Sayafi sul suo blog nel 2006, "preferisco non scrivere affatto se devo smettere di essere onesto e sincero ". Ricorda queste passo Telmah Parsa, studentessa iraniana, iniziando il suo articolo apparso su “The Huffington Post” poco dopo la scomparsa del giovane blogger (aveva solo 25 anni) morto, forse suicida, mercoledì scorso nel famigerato carcere Evin di Tehran. Omid stava scondando dua anni e mezzo di reclusione per aver "insultato il leader supremo Khamenei" e pubblicato "sedizioso" - a detta del regime - materiale sul suo blog. Un altro detenuto, il medico Hessam Firouzi, aveva da tempo dichiarato alle autorità della prigione che la salute del blogger andava peggiorando e che il ragazzo rischiava di cadere in uno stato depressivo. Telmah Parsa, che scrive sotto pseudonimo per motivi di sicurezza, nell’articolo che riportiamo ricorda il giovane e alcuni momenti importanti della sua vita.

Il blog di Mir-Sayafi, come il suo autore, non è più raggiungibile. Effettuando qualche ricerca in rete, però, si può trovare facilmente un archivio che contiene gran parte dei post che gli sono costati la reclusione e la vita. Navigando per questo archivio ho scoperto che la principale passione di Mir-Sayafi era la musica tradizionale persiana. Egli aveva anche scritto poesie e articoli per le riviste d'arte Farsi, ed era piuttosto conosciuto fra gli intellettuali iraniani.
Non ho mai conosciuto o incontrato Mir-Sayafi. Ma scoprire i suoi scritti è stato per me, riportarlo alla vita. Una poetica malinconia emerge dai suoi post come, per esempio, in questo brano: "Mi sento come uno straniero nella mia casa ... E 'davvero l'antica Persia il luogo in cui sto vivendo? E' davvero la terra di Ciro il Grande? ... Devo trovarmi in un incubo. Questa non è la Persia. Questa è la Repubblica islamica ".
In un altro post, Mir-Sayafi descrive il punto di svolta della sua vita ,quando ha smesso di essere spettatore passivo ed è diventato partecipante attivo nella lotta contro la repressione. Una "seconda nascita", ha definito quel momento. Una nascita che, in realtà, è stata il preludio della tragedia.
Era il febbraio 2000. Stava camminando in una strada che costeggia un famoso parco di Teheran, quando si è imbattuto in centinaia di persone che stavano manifestando contro le forze di polizia: una delle tante manifestazioni dell’epoca dei riformisti. “Ero davanti a una delle porte del parco”, scrive sul suo blog Mir-Sayafi, “accanto a me c’era una giovane coppia quando un ragazzo, non avrà avuto più di 17 o 18 anni, della polizia iraniana indispettito si avvicina velocemente.
“Via via, andate via “, li ha ammoniti.
Poichè la coppia non sembrava prestare attenzione, il ragazzo corse verso di loro e imprecò contro il giovane: "Non mi senti, Zan-Jendeh [" marito di una puttana "]? Che cosa cazzo devo fare per mandarvi via da qui? "
Il giovane era troppo sconvolto per accennare una qualsivoglia reazione. Ovviamente non poteva ignorare l'insulto –ma sapeva bene che qualunque cosa avesse detto avrebbe rischiato l’arresto. Dopo aver assistito alla scena, senza pensarci due volte, mi sono scagliato contro il ragazzo e l’ho spinto”.
Naturalmente dopo Mir-Sayafi è stato duramente picchiato dal ragazzo e dai suoi compagni e portato nel carcere di Evin.
La anagnorisis di Mir-Sayafi - quando cioè il protagonista di una tragedia aristotelica realizza la sua vera identità e quella di coloro che lo circondano - ha avuto luogo in una cella solitaria della prigione Evin dove a causa di quell’episodio ha trascorso venti giorni. Dopo quell’ingiustizia, Mir Sayafu, ha cambiato radicalmente le sue prospettive di vita: "sono uscito di prigione che ero un altro Omid-Reza", ha commentato sul suo blog.